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Milano Est Ovest

Cronache dalla Linea Blu

RACCONTI DELLA MILANO DI SOPRA

3 min


Metro M4

Da San Cristoforo a Linate Aeroporto, ogni stazione della M4 ha qualcosa da raccontare

Da Ovest a Est, dal 1100 al 1960: la linea M4 non viaggia solo nello spazio, ma anche nel tempo, attraversa i secoli che hanno attraversato Milano. Racconta la Storia, ma anche - soprattutto - le storie di una città da sempre al centro della scena.

Eccoci a San Cristoforo, il capo occidentale della Linea Blu. La stazione porta il nome della chiesa che si affaccia sul Naviglio, un angolo fuori dal tempo che dal 1192, la data più antica a cui è possibile risalire, deve essere cambiato pochissimo. Allora, di chiesetta ce n’era una sola,  dedicata al santo gigantesco che attraversò il fiume portando sulle spalle il Bambino Gesù. Poi, nel 1412, ne venne ultimata un’altra, a fianco dell’originale, per ringraziare della fine di un’epidemia di peste che aveva fatto morire ventimila milanesi. Si spiega così la singolare facciata doppia e asimmetrica, alla quale corrisponde un interno unico: la divisione tra le due chiese adiacenti venne abbattuta nel 1625. In questo luogo - si narra - il corteo di Beatrice d’Este, fresca e giovane sposa di Ludovico il Moro, fu accolto da Gian Galeazzo Maria Sforza e da Isabella d'Aragona: ancora oggi, San Cristoforo segna l’inizio di una storia.

Due stazioni, ed eccoci a Gelsomini, eccoci nel XX secolo, anzi, nell’immediato dopoguerra. L’anno è il 1947, quando la Finlandia dona alla città di Milano alcune dozzine di villette in legno che offrono lo spunto per costruire tra Lorenteggio e Giambellino una zona di casette a basso costo con molto verde. È il Villaggio Finnico, poi Villaggio dei Fiori (per i nomi delle vie e delle piazze), sfondo di una delle vicende urbanistiche più curiose della Milano moderna. Qui visse il piccolo Diego Abatantuono, vi abitavano i suoi nonni giunti a Milano dalla Puglia: «Giorno dopo le famiglie che ci abitavano dentro si ingrandivano - ha raccontato l’attore nel libro autobiografico Eccezzziunale veramente - si gonfiavano come si gonfiavano le pareti di legno con l’umidità, e si adattavano. Ogni inverno con le piogge e l’umidità il legno marciva, d’estate tutto si seccava e ogni settimana andava a fuoco una casa. Ma la gente dentro non voleva cambiare rione, e quando il Comune, dopo quasi mezzo secolo, decise finalmente di abbatterle, gli abitanti si ribellarono». Ed è così che le "case minime" del Villaggio dei Fiori sono ancora lì, testimoni di un’epoca di ricostruzione.

A Tolstoi, due stazioni dopo, ecco un altro monumento alla resistenza, virtù milanese come poche altre. È l’oratorio di San Protaso, che ha l’aspetto di una chiesetta, ma che è stato anche fienile, e pure abitazione. Impossibile non notarlo, se si passa in via Lorenteggio tra via Tolstoi e viale Misurata, al centro dell'antica strada che portava a Vigevano. Qui ovviamente era tutta campagna (si parla del XII secolo) e infatti i vecchi milanesi lo chiamavano gesa di lusert, chiesa delle lucertole. Si dice che vi abbia fatto sosta Federico Barbarossa durante la seconda campagna d’Italia, e pare proprio che qui tramassero Federico Confalonieri e i carbonari contro l’Austria e per l’Unità d’Italia. Un pezzetto di storia tra le due carreggiate.

Si scende a California, poco dopo, e ci si ritrova negli anni 60. «Sogno California», cantavano i Dik Dik in un grande successo del ‘66: i tre componenti del gruppo venivano da qui, per la precisione da Via Stendhal, due strade più in là. L’hanno cantato anche in una canzone (I ragazzi della via Stendhal), sognavano la California sulla panchina del parchetto che c’è ancora oggi, anche se nel ‘66 questa era periferia con vista sui prati e le rogge.

Prossima fermata, Coni Zugna: gli anni sono gli stessi, ma c’è un mondo di differenza. Dietro l’angolo, in via Dezza 49, all’ottavo piano ha abitato Giò Ponti dal 1957 alla morte del 1979, in una casa che lui stesso ha progettato, costruita là dove si trovava il suo vecchio studio. Dentro e fuori, l’edificio rappresenta una sorta di abitazione ideale: ciascun appartamento era stato pensato con una differente colorazione esterna, scelta da chi ci viveva, e ogni alloggio è un unico ambiente (tranne i servizi, ovviamente) con un unico pavimento, suddiviso da pareti mobili. Vale una visita, anche solo dalla strada.

Due stazioni più in là, a De Amicis, ecco un altro protagonista del Novecento milanese, e dunque mondiale: in via De Amicis 45 abitava Guido Crepax, il disegnatore, l’inventore di Valentina, che guarda caso nella finzione viveva a questo stesso indirizzo. Apparsa nel 1965, la fotografa un po’ ispirata a Louise Brooks, un po’ alla moglie di Crepax, è l’icona di un nuovo mondo, libero, disinibito e sofisticato che a Milano trova casa da sempre. Una femme fatale che, anzi, la rappresenta perfettamente. Oggi come allora.

Possiamo immaginarla in azione anche a San Babila, Valentina, cioè quattro fermate più avanti, nella piazza che da molti anni fa tendenza in fatto di cultura pop. Chi era un ragazzo negli 80 ricorda che da queste parti sorgeva uno dei primi fast-food d’Italia, forse il più noto (se la giocava con quello a Roma Trinità dei Monti), centro di raccolta e diffusione dell’estetica paninara, uno dei rari contributi italiani all’arcipelago sottoculturale delle bande giovanili. Ma perché non dedicare uno sguardo alla fontana che si trova nel centro della piazza? Come la “lettera rubata” di Edgar Allan Poe, questo monumento progettato nel 1997 da Luigi Caccia Dominioni, un altro protagonista del secolo milanese, morto a 103 anni nel 2016, è nascosto in bella vista. È visibilissimo, ma nessuno sembra accorgersene: rappresenta i monti, i fiumi, i laghi di Lombardia, il ciclo dell’acqua, che cade dall’alto (c’è anche una specie di pomello che simboleggia una nuvola), si raccoglie, torna in cielo sotto forma di vapore. Le aiuole che circondano la vasca sono le colline della regione. Chi l’avrebbe mai detto?

Vista aerea di piazza San Babila a Milano

Vista aerea di piazza San Babila a Milano

Eccoci dunque alla stazione successiva, Tricolore, là dove sorgeva Porta Monforte, uno dei punti d’ingresso in città dai Bastioni spagnoli, la piazza dove si conclude ancora oggi Corso Monforte. Il nome ci riporta all'XI secolo e si riferisce al paese di Monforte d'Alba, dove oggi si fa il vino (anche il Barolo) e allora viveva una comunità di eretici vicini ai càtari che il vescovo di Milano Ariberto da Intimiano non poteva proprio sopportare: da Monforte, la popolazione venne deportata in città, imprigionata da queste parti e arsa sul rogo. Sarà un caso, ma a pochi passi da qui, in via Poerio 35, c’è una delle diciotto case Lubavitch che si trovano quasi uguali in tutto il mondo, centri di cultura e religione ebraica chassidica nati dopo la Shoah. Storie di minoranze religiose perseguitate.

A Susa, due stazioni dopo, ci viene incontro lo spirito benigno di Enzo Jannacci, cantore della Milano minima e non minore, in questo caso - e in questa zona - soprattutto medico della mutua. In via Sismondi 22 il cantautore laureato in Medicina mantenne per tutta la vita lo studio in cui visitava i pazienti, non più di tre al giorno: «Mai avuto più di 300 pazienti in tutto. E come si fa se no? Io per vedere tre persone ci metto un pomeriggio. Visitavo al massimo 15 pazienti alla settimana, e senza orari», diceva.

Cose d’altri tempi? Forse, come il rifiuto del presidente della provincia all’utilizzo dell’Idroscalo per girare la scena finale di Rocco e i suoi fratelli, il capolavoro di Luchino Visconti del 1960 che definì un certo immaginario milanese nei decenni a venire. Visconti fu costretto a girare nei pressi di un lago laziale la drammatica scena finale ambientata a due passi dalla stazione di Linate Aeroporto. Ma il grande cinema vince sempre sulla realtà: Rocco e i suoi fratelli finisce per tutti e per sempre all’Idroscalo, in quello che era nato come scalo aeroportuale, che era stato luogo di grandi competizioni sportive e che in quegli anni era già diventato il «mare dei milanesi». E che ha ancora oggi una dimensione mitica grazie alle storie, vere o immaginarie, che popolano le sue rive artificiali.

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